PRESENTAZIONE :
FLATLANDIA
Un viaggio attraverso le dimensioni
Dal racconto di E.A.Abbott
Adattamento e regia di Francesca D’Este
Coreografie di Silvia Gribaudi
Con Francesca D’Este e Silvia Gribaudi
Flatlandia sta nella seriosa produzione matematica del reverendo Abbott, come Alice nel paese delle meraviglie sta in quella di Lewis Carroll.
Abbott immagina come Carroll un mondo surreale, ma a differenza di quello, il mondo bidimensionale di Abbott è rigoroso e esatto quanto può esserlo un teorema di geometria.
Flatlandia è abitato da figure geometriche bidimensionali con un’area di poco variabile tra loro – gli operai e i soldati isosceli, le donne linee rette, i nobili quadrati, via via più alti nella scala sociale quanti più lati acquisiscono col tempo. Tutti scivolano su un piano, Flatlandia appunto, impossibilitati a vedere la reale loro forma poiché dovrebbero guardarsi dall’alto; ma ciò è evidentemente impossibile. Per farlo dovrebbero innalzarsi sopra il loro piano di appoggio, concependo così la terza dimensione, l’altezza, che in Flatlandia, Il paese piatto, non esiste.
Un mondo gerarchicamente ordinato, dove un problema cruciale è dato dal riconoscimento degli altri. Poiché se si potessero guardare le figure geometriche piane dal loro punto di vista, tutte apparirebbero alla vista come semplici linee rette. Sarebbe necessario tastare gli angoli per capire che figura si ha davanti, se un semplice operaio o addirittura il Re, che gode della bellezza di diecimila lati ed è dunque quasi perfettamente circolare.
La vita a Flatlandia scorre felice, socialmente regolata da un sistema di innalzamento sociale per via geometrica, che tiene a bada le teste calde e i tentativi di rivoluzione.
E’ un mondo dove a è una retta, a² è appunto un quadrato, ma a³ non gode di alcun corrispettivo geometrico, perché non è concepibile che quel quadrato si innalzi nello spazio diventando un cubo.
‘a³ è solo un numero, caro’ risponde il quadrato narratore al nipotino esagono (e quindi tanto più intelligente di lui) ‘E’ solo un numero che non ha una figura a rappresentarlo.’
Ma un giorno arriva una sfera a visitare Flatlandia, e sceglierà di presentarsi a questo povero quadrato. Non poche prove occorreranno perché il quadrato riesca solo a concepire la dimensione verso l’alto, ma una volta riuscito ecco che vedrà la forma pentagonale di casa sua, i tre servi isosceli che dormono nelle loro stanze e la moglie, linea retta, che disperatamente lo cerca per tutta la casa senza riuscire a trovarlo.
Ma quando torna felice dal nipotino e cerca di dimostrargli come una linea può innalzarsi nello spazio, quando cerca di spiegargli che la lucentezza altro non è che lo spessore delle figure, il Consiglio di Flatlandia lo cattura e lo imprigiona per eresia.
E da lì, novello Marco Polo, il povero quadrato non potrà che raccontare a noi che la terza dimensione esiste veramente, ridotto al silenzio, alla solitudine, alla prigionia per aver professato una verità inconcepibile ai più.
Novello Marco Polo e novello Galileo Galilei, costretto a abiurare la sua eresia del Sole al centro dell’Universo pur di continuare a studiare.
Come si poteva raccontare questo viaggio tra dimensioni (non mancano Pointlandia, abitata da un unico essere, e Linelandia, dove le linee e i punti sono costretti su una retta senza mai potersi sorpassare e usano la polifonia per comunicare e accoppiarsi) se non con la parola e l’uso dello spazio?
Francesca D’Este da tempo accarezzava l’idea di poter trasportare sulla scena il testo del reverendo Abbott. Ma definire uno spazio con le parole resta impresa incompleta. Nasce così la collaborazione con la danzatrice Silvia Gribaudi, a sua volta sensibile a una narrazione danzata.
Il danzatore, nel muoversi, delimita spazi, li usa, vi si interseca, come piani geometrici.
Allo spettatore può esserne offerta una visione che enfatizzi la visione bi o tri-dimensionale.
Linee e angoli vengono creati, distrutti, ricreati, spostati, grazie anche all’uso di oggetti quotidiani.
Molti concetti geometrici (lo sviluppo dei solidi, il significato di a/a²/a³) vengono visti invece che descritti, mentre la narrazione si preoccupa di raccontare l’organizzazione sociale di Flatlandia, così terribilmente simile in alcuni difetti all’Inghilterra del XIX secolo ma anche agli oscurantismi che talvolta seducono il XXI.
FOTO :
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| Francesca D'Este, Silvia Gribaudi |
Francesca D'Este, Silvia Gribaudi |
Francesca D'Este, Silvia Gribaudi |
Francesca D'Este, Silvia Gribaudi |
Francesca D'Este, Silvia Gribaudi |